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Quali sono le motivazioni profonde della violenza che centinaia di ultras hanno scatenato contro caserme e commissariati dopo la morte del tifoso laziale per mano di un agente di polizia? Le risposte possono cambiare, e di molto, a seconda delle persone a cui la domanda è rivolta. Per gli adulti, anche se addolorati dalla morte del ragazzo e scandalizzati dall’azione del poliziotto (come è stato selezionato e addestrato quest’ultimo? Perché la verità è stata inizialmente coperta con la tesi del colpo sparato in aria?) chi mette a ferro e fuoco la città è sempre, e qualunque sia la motivazione a cui si ispira, un delinquente o un terrorista. L’opinione dei giovani può essere diversa. “Hanno fatto bene -
I fatti recenti, insomma, non possono essere esclusivamente interpretati come reazione di frange estremiste del tifo, una ristretta minoranza rispetto alla massa degli appassionati di calcio, che andrebbe controllata e domata attraverso opportuni provvedimenti di ordine pubblico, decreti sulla sicurezza, ecc. Dovrebbero, invece, essere considerati indicatori importanti per comprendere e interpretare il mondo giovanile. Diceva l’adolescentologo Arnaldo Novelletto che i giovani sembramo avere sempre più bisogno di un lavoro di “alfabetizzazione emotiva”. Devono, cioè, essere aiutati a individuare e riconoscere i loro stati emotivi e guidati a trovare le parole per esprimersi, in modo da non agire impulsivamente e, quindi inconsapevolmente, le loro tensioni interne. E’ come se in queste vicende di cronaca il pensiero cosciente fosse improvvisamente e inarrestabilmente sommerso dalla logica simmetrica dell’inconscio. La parte, in quei momenti, viene scambiata per il tutto: un operatore di polizia ha sparato per uccidere; dunque, tutti i poliziotti hanno sparato e sono responsabili di quella morte. Uno di noi è stato ucciso; quindi, è come se fossimo stati uccisi tutti. Oppure: un poliziotto ha ucciso; dunque, un poliziotto deve morire, e se non si può ottenerlo che almeno siano distrutti i posti dove abita e dove lavora, le automobili e le motociclette che usa per spostarsi.
Si fanno balzi indietro di secoli. La legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente) è certamente barbara rispetto al nostro ordinamento giuridico ma non bisogna dimenticare che nell’antichità esprimeva il tentativo di contenere sul nascere faide e violenze che sarebbero potute essere maggiori e senza fine: serviva, cioè, per placare gli animi facendo giustizia sommaria. Chi costruirà alternative per lenire l’animo esacerbato di questi ragazzi?
Scriveva cinquant’anni fa il noto psicoanalista inglese Winnicott che quando i giovani compiono azioni antisociali sono alla ricerca dello sguardo e del contenimento degli adulti. I genitori sanno bene che quando un bambino fa i capricci o un adolescente lancia il suo guanto di sfida segnala il bisogno di un interlocutore che si spenda per entrare in relazione con lui, per ascoltarne le ragioni, spiegare le proprie, declinare le regole della convivenza, sostenere il peso educativo del loro rispetto. Paradossalmente, i ragazzi che vanno allo stadio più che per vedere la partita per cercare lo scontro, sembrano dire: le botte della polizia sono meglio che l’assoluta indifferenza con cui la società assiste al crescere di un disagio giovanile sempre più evidente, con cicliche oscillazioni fra l’aggressività contro sé stessi (droga, attacchi al corpo, incidenti, fino al suicidio) e quella contro gli altri.
Non possiamo lavarcene le mani o cinicamente pensare, come pure ho sentito argomentare a proposito dei fatti di domenica, che ai pazzi ha risposto un altro pazzo. Se anche fosse vietato assistere alle partite di calcio l’ostilità dei giovani che si sentono emarginati e senza importanza alcuna nel mondo troverebbe altri pretesti per esplodere e richiamare l’attenzione dei benpensanti. Spetta a noi adulti costruire una competenza per occuparci della precarietà economica, sociale e psicologica dei giovani. Gli insegnanti devono far entrare nella scuola e nei loro programmi la realtà, convocando i giovani a confrontarsi con i problemi e le risorse della società. Gli amministratori e i politici, magari coadiuvati da psicologi competenti, devono parlare con i tifosi e anche con gli operatori di polizia, spesso giovani anche loro, perché possano sviluppare culture del dialogo e della convivenza; culture, cioè, che non siano centrate sulla logica emotiva dell’amico e del nemico o del controllo del territorio. Dobbiamo occuparci sempre più dei gruppi e non solo dei singoli individui, perché non è la mela marcia che deve essere eliminata dal cesto ma lo stesso cesto che non contiene e non protegge più.