Rifornimento in volo cooperativa sociale

Vai ai contenuti

Menu principale:

Il terrore e i bambini

Alzi la mano chi di noi è riuscito a parlare con gli altri per più di qualche minuto della carneficina di Beslan. Gli amici non lo fanno, i pazienti nemmeno. La mia sensazione è che ci sia una sorta di choc collettivo aggravato dallo stillicidio di notizie tragiche provenenti dall'Irak e da altre parti del mondo. E' una forma di choc subdola, quasi invisibile: ognuno continua nelle sua consuete occupazioni ma è un pò più angosciato di prima, un pò più diffidente nei confronti del prossimo.
E' diffuso un dubbio: per superare l'orrore che ci circonda bisogna cercare di rimuoverlo, di non pensarci, diventando fatalisti o, peggio, cinici? Oppure è meglio parlarne, aiutarsi a capire i cambiamenti in atto nel mondo e anche quale può essere la nostra parte (purtroppo piccola) per cercare di influenzarli positivamente? Non vi è dubbio che conoscere come stanno le cose, dentro e fuori di noi, ci consente di fronteggiarle più adeguatamente, facendo un esame di realtà piuttosto che dando spazio alle fantasie, di vivere con più maturità e consapevolezza; anche se questo non vuol dire per forza essere più felici. Naturalmente, per i bambini la questione è più complicata. Perché se è vero che un'atmosfera poco chiara o ambigua, i segreti, i detti e non detti, possono angosciarli più di quanto potrebbe fare una chiara conoscenza dei fatti, è altrettanto vero che notizie dolorose e difficili da capire, soprattutto quando sono calate dall'alto, cioè trasmesse non all'interno di un rapporto di fiducia e di intimità oppure date velocemente e senza preparazione adeguata rischiano di turbarli troppo.
Proprio perché i bambini sono “spugne” che assorbono immediatamente e con scarse capacità di filtrarli non solo gli eventi ma anche e soprattutto gli stati d'animo del mondo degli adulti è importante proteggerli da stimoli troppo forti, come quando, ad esempio in famiglia, ci lasciamo andare ai nostri nervosismi o a dire quello che ci passa per la testa.
D'altra parte, proprio perché i bambini studiano per diventare adulti mi sembra controproducente crescerli sotto una campana di vetro, cioè all'oscuro della complessità della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori. Mi sembra indispensabile non solo prestare attenzione alle loro domande e ai loro stati d'animo, soprattutto quando riflettono particolari eventi traumatici e sostenerli offrendo rassicurazione e chiarimenti ma anche educarli via via che crescono a conoscere, discutere e valutare quanto accade sia dentro che fuori la loro limitata cerchia di appartenenza. Al di là dei fatti contingenti, insomma, bisognerebbe abituarsi a dialogare continuamente con i bambini: quelli concreti ma anche quelli che stanno dentro di noi come parti fragili, bisognose e spaurite. Ed anche sforzarsi di dare informazioni depurandole dai dettagli più angosciosi, condividere di più con i figli scelte e valori, allargare i propri interessi e sostenere concretamente le iniziative in favore della pace, della giustizia nel mondo e dell'amicizia fra i popoli.
La crescita e il rafforzamento del mondo interiore nostro e dei nostri figli, la capacità di non chiudere gli occhi ma di appassionarsi rispetto alle vicende della vita mi sembra costituire l'unica garanzia di poter “tenere” psicologicamente rispetto ad un mondo che cambia a velocità supersonica e verso direzioni imprevedibili ma che non dobbiamo rinunciare ad ipotizzare ed orientare.

Emilio Masina

Torna ai contenuti | Torna al menu