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Incontro presso il Campo di formazione AGESCI coordinato da Mirella Casagrande e Nazareno Firmiani (Bracciano).
Come è emerso anche in una nostra recente ricerca (vedi "I giovani e la gestione del rischio", nella sezione Ricerche), gli adolescenti italiani frequentano sempre più raramente le associazioni e i gruppi che prevedono una formalizzazione del tempo comune.
In questo panorama gli scout rappresentano una delle poche eccezioni, continuando a raccogliere consensi in tutte le fasce sociali. Tuttavia, gli stessi appartenenti all'Agesci hanno da tempo avviato un dibattito sulla capacità del modello educativo scout di cogliere e di dare risposte ai nuovi bisogni dei giovani. Anche noi, che siamo stati vicini all'Agesci sin dal momento della nostra costituzione, siamo interessati a partecipare al dibattito in corso e presentiamo qui di seguito un primo contributo su cui discutere. Ci auguriamo di ricevere dal mondo scout riscontri, critiche e proposte in merito.
Premessa
La richiesta dei coordinatori del campo ai consulenti della cooperativa "Rifornimento in volo" era di facilitare l'accompagnamento dei ragazzi da parte dei capi in formazione fornendo alcune nozioni riguardanti l'adolescenza, sia normale che patologica, con particolare riferimento all'individuazione di aspetti anticipatori delle linee di evoluzione dei modelli giovanili e dei mutamenti culturali, sociali e psicologici della società nel suo insieme.
Una migliore conoscenza dell'adolescenza e delle sue relazioni con le altre fasi del ciclo vitale dell'individuo su un versante, con il contesto sociale e culturale sull'altro, avrebbe facilitato, secondo l'ipotesi su cui siamo stati chiamati a lavorare, il lavoro di interpretazione degli elementi comportamentali dei ragazzi dei gruppi scout da parte dei capi in formazione, e, in ultima analisi, reso più efficace la funzione di accompagnamento e di orientamento dei ragazzi e delle ragazze a loro affidati.
Il secondo obiettivo dell'incontro, strettamente articolato con il primo, riguardava la promozione della corresponsabilità nel gruppo degli adulti (capi), particolarmente importante nella seconda fase di formazione rivolta ai capi del futuro.
Nell' incontro preliminare con uno dei due coordinatori e da altri incontri con capi scout (branco, reparto, responsabili di zona), abbiamo rilevato alcuni problemi che molti gruppi si trovano a dover affrontare, che riassumiamo brevemente:
1) crisi "vocazionale" dei capi: il numero di aspiranti si va progressivamente riducendo, mentre aumenta il numero degli abbandoni degli over-
2) Aumento degli abbandoni dell'associazione da parte degli over-
3) Aumento delle richieste di presa in carico e della pressione "emotiva" (richieste di consigli e tecniche, aspettative, conflitti), da parte dei ragazzi più grandi sui capi, e conseguente difficoltà di questi ultimi ad offrire risposte adeguate (anche perché a volte c'è una ridotta differenza di età, entrambi cioè condividerebbero problematiche adolescenziali).
In particolare, si segnala un crescente uso di droghe leggere e di problematiche riguardanti la sessualità.
4) Difficoltà di funzionamento dei gruppi misti (con ripiegamento difensivo dei maschi sulle attività di tipo tecnico e delle femmine sulle competenze relazionali), tanto da spingere alcuni gruppi al ritorno a squadriglie "monosessuali". Tentativo che, comunque, si scontra con la difficoltà di reclutamento delle femmine, a causa dei timori dei genitori relativi ad esperienze differenziate e quindi meno protette.
Queste difficoltà hanno avviato da tempo un ricco dibattito all'interno dell'AGESCI sul modello educativo scout (adeguatezza/inadeguatezza rispetto ai problemi della società attuale, apertura/chiusura rispetto al contesto più ampio ecc.).
Il seminario di lavoro
Il nostro lavoro nella mattinata di giovedì, ci ha permesso di raccogliere alcuni indizi che riteniamo importanti per meglio valutare in quali direzioni avviare il lavoro di esplorazione sui punti di criticità sopra delineati e per "calibrare" la formazione dei capi.
a) Discussione in gruppo
Nella prima parte della mattinata abbiamo proposto alcune riflessioni su come è andata cambiando la cultura della famiglia e su come si sono modificate, in rapporto con questa, le strategie adottate dagli adolescenti in relazione ai compiti e alle difficoltà della loro crescita. Nel corso della discussione i partecipanti al gruppo hanno espresso una forte passione morale e civile, e hanno sottolineato di individuare nello scoutismo uno dei "luoghi", concreti e simbolici, in cui è possibile coltivare e condividere valori che vanno sempre più perdendo importanza nella società consumistica attuale. La presenza di persone di età diversa, alcuni dei quali già genitori, ha favorito il dibattito, consentendo di elaborare alcuni nodi conflittuali fra le generazioni.
La ricchezza della partecipazione e dei temi discussi ha consentito che venissero espressi con franchezza alcuni segnali di disagio rispetto al ruolo dell'educatore di adolescenti e, in particolare, dell'educatore scout, in relazione ai rapidi cambiamenti della società che rende il lavoro di comprensione dei bisogni dell'adolescente estremamente impegnativo e difficile. Mentre alcuni partecipanti hanno segnalato interesse ed entusiasmo, altri (soprattutto fra i più giovani), hanno espresso insofferenza rispetto al tentativo dei conduttori di favorire una lettura della complessità delle dinamiche dell'adolescenza, della famiglia e della società nel suo insieme, focalizzando il senso della partecipazione del singolo, del piccolo gruppo e delle dinamiche organizzative delle grandi istituzioni. Ci siamo così incontrati con "resistenze" tipiche degli adolescenti (per noi l'adolescenza va dai 13-
Altri partecipanti hanno concentrato le loro domande sulla "normalità" delle crisi adolescenziali, mentre è emerso un certo interesse anche verso l'area dell' handicap conclamato.
Riguardo agli "indicatori di disagio" possiamo sinteticamente riassumerli in una domanda che ci sembra sia emersa a più riprese nel gruppo, anche se in modo non sempre esplicito e diretto: "In che misura la visione del mondo proposta dall'ambiente scout facilita l'assunzione di responsabilità e il contatto con valori forti da testimoniare, e in che misura, invece, presenta una visione del mondo troppo scollata dalla società, favorendo il disimpegno e il ripiegamento in un campo libero da problemi e conflitti"?
Nel gruppo, in altri termini, è emersa una certa tendenza ad idealizzare il mondo scout rispetto ad un mondo esterno, da alcuni sentito addirittura come "alieno". L'esigenza di condividere valori forti ma anche un senso di appartenenza affettiva che non tollera incrinature e conflitti, ci è sembrata essere alla base dei tentativi di alcuni partecipanti di separare, all'interno dello stesso mondo scout, quelli "entrati per moda o per conformismo, refrattari all'impegno", da quelli "veramente motivati, disposti a camminare, stancarsi, fare ike, accettare destinazioni diverse ecc."; oppure "i genitori oberati di impegni che posteggiano i loro bambini al branco" e "i genitori impegnati, che seguono i bambini e capiscono il senso della proposta educativa fatta".
Anche in questo caso, cioè, è emersa una certa intolleranza del dubbio e una certa quota di ansia relativa al contatto intimo con gli altri, che propone differenze ma anche aspetti negativi di se, da cui si vorrebbe prendere le distanze.
2) La simulata (gioco di ruolo)
Le nostre impressioni, sopra descritte, sono state rafforzate dall'analisi della simulata (gioco di ruolo), che abbiamo proposto di effettuare nella seconda parte della mattinata.
Innanzi tutto, è importante sottolineare che i ragazzi hanno scelto rispetto alla possibilità di giocare un'esperienza di incontro fra capi ed adolescenti a loro affidati, oppure un incontro fra capi, proprio quest'ultima esperienza, ad indicare uno specifico interesse per il funzionamento di gruppo, come occasione di crescita e di esplorazione reciproca.
In secondo luogo è interessante sottolineare la scelta dell'obiettivo o progetto da simulare: la riunione di Co.ca è stata finalizzata a decidere la partecipazione alla route nazionale, partecipazione che, come è stato segnalato, ha comportato un vivace dibattito lo scorso anno all'interno dell'Agesci.
Ci è sembrato che i partecipanti al seminario rispondessero implicitamente con queste decisioni alla nostra segnalazione che parlando di adolescenti parlavamo anche di loro, e avessero voluto, per così dire, giocare in proprio.
Al role playing partecipavano capi in rappresentanza dei vari livelli dell'organizzazione del Gruppo (scout e guide, rover e scolte, novizi e maestro dei novizi, capi ancora nel ruolo di tirocinanti, capi unità reparto e capo gruppo). Nella riunione simulata sono emersi, immediatamente, alcuni conflitti fra i capi che ci hanno permesso di capire come la riunione di Coca, funzionale alla strutturazione di un cammino formativo che faciliti la progressiva assunzione di responsabilità e di "servizio" agli altri, può funzionare, specialmente in momenti di particolare cambiamento od impegni del gruppo, come "appoggio" di fantasie relative ad una gerarchia funzionale al potere piuttosto che allo spirito di servizio. Ne derivano conflitti interpersonali (da un lato il rappresentante dell'autorità, dall'altro i rappresentanti di una posizione dipendente o controdipendente, cioè aggressiva nei confronti dell'autorità), e una tendenza ad "impantanarsi" in sterili confronti o ad andare avanti ma con un funzionamento che si basa più sugli "adempimenti burocratici" ("dobbiamo andare, superare le nostre perplessità e risolvere i nostri problemi personali e di unità, perché a livello centrale ci hanno detto che è importante"), piuttosto che su obiettivi condivisi ("andiamo perché condividiamo lo spirito e gli obiettivi della route").
Un altro problema ha riguardato il conflitto fra varie identità e ruoli: gli impegni familiari, di lavoro e di studio da una parte, gli impegni nell'associazione dall'altra.
Un terzo problema ha riguardato la cosiddetta diarchia, che è condivisa razionalmente ma che emotivamente suscita perplessità, e l'unità monosessuale.
Conclusioni
Lo spazio di lavoro, estremamente breve, non ci ha consentito che di formulare ipotesi, che solo un lavoro più lungo e accurato potrebbe confermare o smentire. Ma in primo luogo vogliamo dire che ci troviamo d'accordo con una delle ipotesi avanzate all'interno dell' associazione, che ci sembra particolarmente pregnante nel tentativo di analizzare i fenomeni sopra esposti: i capi scout sono oggi più in difficoltà nel rispondere adeguatamente alle richieste dei ragazzi perché ne vivono, anche se con un'intensità diversa, le stesse problematiche esistenziali. Capi e ragazzi a loro affidati si trovano, cioè, non più separati dall'appartenenza a classi diverse del ciclo vitale (adolescenza per i secondi, età adulta per i primi) ma appartenenti allo stesso continuum adolescenziale (primo adolescenti i secondi, tardo adolescenti i primi).
Ne deriverebbe una facilità di proiezioni identificatorie che rende il compito educativo e la presa di responsabilità particolarmente difficile ed ansiogena. Non si tratta dunque di impadronirsi di nuove tecniche educative ma di avere spazi formativi in cui i capi in formazione possano lavorare su questa identificazione con i ragazzi a loro affidati, imparando ad entrare in empatia con i loro problemi ma senza confonderli con quelli propri.
In secondo luogo, non va trascurato il rapporto fra i capi e l'organizzazione scout nel suo complesso (ruoli, norme, obiettivi e vissuti emozionali relativi). Questo rapporto, a nostro parere, va indagato per capire meglio l'uso, a volte propositivo, a volte difensivo, che i ragazzi fanno dell’organizzazione stessa e del suo funzionamento. Il rischio che vediamo è che i capi in formazione possano passare, una volta inseriti nel loro nuovo ruolo, dall'idealizzazione ad una eccessiva svalutazione. Crediamo sia importante, cioè, lavorare sulle aspettative che i capi in formazione hanno, consapevolmente e inconsapevolmente, rispetto al loro futuro nell'organizzazione, per coglierne gli aspetti difensivi non realistici, sia nel senso di un' onnipotenza delle proprie capacità, che nel senso di una sfiducia e scoraggiamento rispetto alle loro possibilità di incidere e contare in un'organizzazione articolata e complessa.
Dott. Emilio Masina
Dott.ssa Giovanna Montinari