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"Gentile dottore, sento dire sempre più spesso che chi rispetta le regole è un fesso, mentre sono ammirati uomini e donne che sono chiari esempi di disonestà. Mi sento frustrato nei miei sforzi di portare avanti certi valori".
Caro amico, lei ha ragione. Di recente ho assistito ad un dibattito in cui si è processato un giornalista inglese che parlava della difficoltà di rispettare le regole nel nostro Paese. I conduttori lo hanno tacciato di moralismo ipocrita e, ricordando che chi è senza peccato scagli la prima pietra, hanno osannato la maggiore libertà degli italiani rispetto agli altri cittadini europei.
Eppure il degrado della vita sociale è sotto gli occhi di tutti. Dal “passare davanti” nella fila alle poste alla sopraffazione del più forte nel traffico cittadino, dall'assenza di senso dello stato alla partitocrazia esasperante, dalla raccomandazione per un posto di lavoro alle congreghe corporative, dai concorsi truccati ai dibattiti televisivi esempi di arroganza e prepotenza. Stanno saltando, cioè, quelle "regole del gioco" che dovrebbero ordinare i nostri rapporti con gli altri. E, allo stesso tempo, perdono di credibilità quelle autorità che dovrebbero promuoverle e farle rispettare, in nome della mediazione fra appartenenze e libertà di segno diverso. Gli stessi partiti politici, che nel passato sono stati grandi contenitori che consentivano la comunicazione e la mediazione fra gruppi sociali e interessi diversi, sembrano diventati "macchine da guerra" per l'occupazione del potere, che chiedono ai loro aderenti obbedienza acritica piuttosto che scambio e confronto di idee.
L'estraneo diventa nemico, ci si rifiuta di ascoltare, non dico di capire, le sue ragioni; anzi, nello sforzo di dare coesione ed unità al proprio gruppo, l'estraneo viene demonizzato: il bene siamo noi (la famiglia, il clan, la setta) il male sono gli altri. E dunque vanno combattuti, oppure ignorati.
Guardi cosa arriva a consigliare uno psicologo, assurto a luminare in televisione, per essere felici: "Dobbiamo tenerci lontani da chi ci fa star male e creare intorno a noi un 'territorio della felicità', lasciandolo frequentare solo da persone che alimentano il nostro benessere"!
Al di là delle facili formule la demonizzazione dell'estraneità ha un costo per la collettività e per ciascuno di noi.
Il nostro benessere psicofisico è strettamente collegato al contesto in cui ci troviamo a vivere, al nostro senso di fiducia negli altri, alla possibilità di esprimerci e di essere capiti ma anche di conoscere e capire gli interlocutori.
Quando saltano le norme, i ruoli, gli obiettivi condivisi da una società, salta anche il livello di consenso razionale che regola la nostra convivenza.
Irrompe, non più mediato dal ragionamento, il livello emotivo e i nostri rapporti vengono esasperati e impoveriti. Nel linguaggio delle emozioni ci sono solo due possibilità: o sei un amico o un nemico e tutte le altre posizioni, ad esempio se sei una persona intelligente o competente nel lavoro che fai, vengono ignorate e anzi, viste con diffidenza. Ma se le mie energie devono essere spese per convincere gli altri che sono un amico, cioè che la penso come loro, oppure a combattere chi non la pensa come me la mia vita subirà un pesante condizionamento. Il disagio può essere tale da minare alcuni capisaldi della nostra società, ad esempio la scuola.
In una ricerca svolta dall'équipe del professor Renzo Carli dell'Università "La Sapienza" di Roma nelle scuole medie e superiori della Ciociaria è emerso che circa la metà degli studenti intervistati non crede più nella scuola come mezzo per migliorare le proprie conoscenze e affermarsi nella vita. L'unica cosa che conta è avere un "santo in paradiso" che, al momento buono, possa darti una mano. Studiare non serve.
Caro amico, da psicologo che osserva come la sofferenza individuale sia aggravata da quella collettiva mi associo al suo richiamo. Ripristiniamo la curiosità per la diversità che si può vedere e riconoscere anche in chi ci sta più vicino. Valorizziamo il potere della conoscenza e della competenza piuttosto che quello dell'affiliazione a un gruppo o ad una parrocchia. Ristabiliamo "regole del gioco" valide per tutti.
Emilio Masina