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Mi scrive una mamma: "Che differenze ci sono fra neurologo, psicologo, psichiatra e psicoterapeuta? Quando è opportuno chiedere aiuto agli esperti e quando fare da soli? Come garantirsi rispetto alla competenza di un professionista della salute psicologica?".
Provo a rispondere, senza pretendere di esaurire un argomento complicato.
Innanzitutto, si può differenziare i laureati in medicina, che si sono poi specializzati come neurologi -
Medici e psicologi, inoltre, possono acquisire una specializzazione in psicoterapia, della durata di quattro anni, presso l'università o una scuola privata accreditata dallo Stato. Come dice la parola stessa, la psicoterapia è un trattamento dei problemi psicologici che si basa, essenzialmente, sul colloquio fra terapeuta e paziente. Ne esistono, però, tipi diversi (in Italia ne sono stati censiti 375!): c'è chi lavora con l'adulto in base alle libere associazioni e all'interpretazione dei sogni, chi con il bambino, giocando e disegnando, chi con la coppia, la famiglia, il gruppo. Qualcuno unisce al parlare il lavoro sul corpo (bioenergetica) o, addirittura, usa macchinari in grado di aiutare a diventare più consapevoli delle proprie reazioni psicofisiologiche (biofeedback). E ancora, si pubblicizzano terapie per il mobbing, l'attacco di panico, la dipendenza dal gioco o dal sesso, ecc.
Questo proliferare di tecniche psicoterapeutiche mi sembra aver prodotto effetti più negativi che positivi. Ad esempio, tendono a perdersi le distinzioni fra terapie lunghe e costose, sia in termini di investimento economico che di energie mentali, ma che consentono una rielaborazione della propria personalità, e tecniche più blande, senz'altro utili per ottenere un conforto e una chiarificazione ma inefficaci nel trattare le cause profonde dei disturbi, specialmente quando questi si sono strutturati e cronicizzati. Inoltre, si dà sempre più attenzione ai sintomi piuttosto che a quello che c'è dietro, cioè a quell'organizzazione patologica che, se non viene curata, continua ad incidere negativamente sulla vita dell'individuo, magari suscitando di volta in volta sintomi diversi.
Non è un caso che i potenziali pazienti siano disorientati: da una parte c'è ancora chi pensa che andare dallo psicoterapeuta significhi essere "matto" e quindi si oppone all'idea di chiedere aiuto (anche se spesso la resistenza è direttamente proporzionale al desiderio di farlo); dall'altra, la psicoterapia comincia a rappresentare un "farmaco" alla moda. Appena si avverte un disagio, magari sacrosanto, perché legato ad un lutto, ad una separazione, ad un qualsiasi evento problematico dell'esistenza, si ricorre allo specialista, senza nemmeno provare a convivere con il proprio dolore, a capirne il senso e ad utilizzare le risorse personali per elaborarlo. Se da un lato ci accorgiamo che ci sono in giro non pochi conoscenti che potrebbero utilmente fruire di una psicoterapia, invece di continuare a disperdere il proprio tempo e il proprio denaro in fantasiose tecniche di autoterapia -
Fortunatamente è in crescita la tendenza ad esplorare l'esperto a cui si richiede una consultazione, a saggiarne e valutarne la competenza nei colloqui di consultazione prima di affidarglisi. Questa è la prima regola da seguire, perché purtroppo, al di là dei titoli accademici, la presenza sul mercato di quanti non sono sufficientemente preparati e che non avendo abbastanza lavorato su di sé rischiano di confondere i problemi dei pazienti con i propri, è ancora abbastanza alta.
Un'altra buona regola è quella di non accontentarsi del passaparola ma verificare che il professionista indicato faccia parte dell'albo degli psicoterapeuti (ne esiste uno presso l'albo dell'ordine regionale dei medici e uno presso l'albo dell'ordine degli psicologi).
Terza regola: informarsi per sapere a quale scuola di formazione e/o società scientifica appartiene il professionista. E' la serietà della scuola, infatti, che garantisce l'acquisita competenza dello psicoterapeuta. Last but not least, ricordarsi che il migliore esperto di voi siete proprio voi stessi e che senza la vostra collaborazione nessuno può capirvi né, tanto meno, riuscire ad orientarvi. Insomma, soffrire non è una buona scusa per essere passivi o disattenti rispetto alla cura da seguire.