Rifornimento in volo cooperativa sociale

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Gentile dottore, mi sono separato tre anni fa riuscendo a mantenere con mia moglie un discreto dialogo riguardo all'educazione di nostro figlio. Ora mi sono innamorato di una donna separata, che ha tre bambini piccoli. Vorremmo andare a vivere insieme ma non sappiamo come reagiranno i nostri figli. Già ci sono segnali di gelosia anche se sembrano volersi bene. Pensa che sia meglio aspettare che crescano? Grazie.

Con la crescita delle separazioni e dei divorzi aumenta il numero delle famiglie "ricostituite", formate da partners reduci da un precedente matrimonio e dai figli relativi. Famiglie che rappresentano per i loro membri una potenziale risorsa di sviluppo ma anche un rischio di disagio psicologico. Cosa fare per prevenirlo?
Innanzitutto è bene avere chiare le motivazioni del fallimento di coppia, i propri errori e "punti deboli", per non ripetere con il nuovo partner gli stessi sbagli. E' importante anche conoscere lo "stato dell'arte" della "vecchia" famiglia: vi sono strascichi nel contenzioso economico ed affettivo che possono riverberarsi sul nuovo rapporto? Qual'è lo statuto psicologico dei proprii figli? Sono stati capiti e affrontati i loro bisogni emotivi, il dolore per la separazione, spesso nascosto per timore che i genitori, già provati, non riescano ad affrontarlo? Oppure i figli sono stati chiamati a rivestire il ruolo inconsapevole di "consolatori", o partner sostitutivi? O ancora, nel peggiore dei casi, sono diventati strumento per alimentare il conflitto della coppia e regolare i conti?
La risposta a queste domande è essenziale per orientarsi. Se la situazione è ancora precaria è meglio andare cauti nel formalizzare nuovi rapporti e chiamare i figli a nuove appartenenze familiari: non si costruisce una casa con le macerie di quella precedente.
Se invece le difficoltà sono state superate è bene ricordarsi che la "nuova" famiglia chiama i suoi membri a sforzi notevoli di adattamento per integrare abitudini, stili di vita e di educazione caratteristici delle due nuclei di provenienza. Ma, soprattutto, ad affrontare un cambiamento dell'assetto psicologico, che diventa più complesso.
Nel mio lavoro ho incontrato spesso padri o madri che, desiderosi di portare un contributo positivo, hanno assunto spavaldamente il ruolo di genitore dei figli del nuovo partner, incontrandosi con dolorosi fallimenti. A volte, i figli del partner, specie se adolescenti, approfittano dell'offerta per riversare sul/sulla malcapitato/a le rabbie e gli aspetti problematici che il proprio padre o la propria madre non ha saputo vedere e affrontare. La loro è una richiesta di aiuto che spesso, però, non viene capita dal nuovo genitore che si sente respinto ed offeso e rilancia sul piano della conflittualità piuttosto che su quello della comprensione. Altre volte la "nuova coppia" viene attaccata dai figli perché richiede che essi scendano dal trono dove si erano installati. Che rinuncino, cioè, ai privilegi accordati dalla madre o dal padre affidatario in cambio del loro ruolo di consolatori. Tuttavia, non è raro che il legame figlio-genitore di affidamento sia protetto da quest'ultimo che, ambivalentemente, vive il nuovo partner come una risorsa per dare pienezza e stabilità alla propria vita ma anche come un disturbatore che gli chiede di cambiare il proprio equilibrio affettivo. I figli, a loro volta, possono vivere i "fratellastri" come rivali, oppure ritenerli come gli unici partner affidabili in una situazione in cambiamento. Infine, nella famiglia ricostituita i figli possono essere involontariamente usati dagli adulti come una sorta di cuscinetto che salvaguarda rispetto alla ricercata/temuta intimità di coppia.
Più che l'età dei figli, signor Lauro, a me sembra che l'elemento di garanzia del buon funzionamento della nuova famiglia sia la "tenuta" della coppia, la sua capacità di avere chiara la portata della sfida e di tenere sempre viva la speranza di condividere quelle gioie e quei dolori che ogni nuovo rapporto intimo porta con sé. Auguri!

Emilio Masina

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