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Ci sono notizie su cui è importante tornare a soffermarsi per capirne più approfonditamente il significato e le ripercussioni. La semplice reazione emotiva può causare un'ansia incontrollata e diffusa, un comportamento rabbioso verso qualcosa o qualcuno, o una malattia psicosomatica. Ma l'assuefazione, l'apatia e l'indifferenza rappresentano possibili strade verso la depressione.
Al momento in cui scrivo, una notizia riguarda l'uso diffuso della tortura verso i prigionieri di guerra iracheni da parte delle forze della coalizione; un'altra, l'offerta da parte di Bin Laden di mezzo chilo d'oro a chi ucciderà un politico o un soldato nemico.
Il primo pensiero è che la guerra in Iraq non è finita. Il secondo è che la guerra sia sempre più vicina a noi, con rischi crescenti, se non per il corpo, per la nostra salute mentale. Negli ultimi mesi in Italia sono molto diminuiti i viaggi all'estero, in particolare in aereo; si è ridotto sensibilmente l'uso della metropolitana e sono in costante aumento l'insonnia e l'acquisto di psicofarmaci. E ancora, si vendono sempre più gipponi di grossa cilindrata, costosi e inquinanti, più adatti a viaggi nel deserto o nella savana che sulle strade cittadine perché, come spiega un consulente delle maggiori case automobilistiche, gli occidentali hanno sempre più bisogno di sicurezza e la macchina alta e grande dà loro la sensazione di averla.
Come scrive la psicologa Clotilde Buraggi, la guerra, che è stata idealizzata nei secoli, rappresenta invece un fenomeno che impedisce alla ragione di essere padrona in casa propria, per le emozioni distruttive che alimenta, difficili da contenere, e perché spinge anche individui apparentemente sani a compiere azioni che in un periodo normale sarebbero considerate folli o deplorevoli.
La guerra, infatti, è l'esito e al tempo stesso una causa della rottura della convivenza fra persone, famiglie o popoli. Vi si può rintracciare l'azione in forma esasperata di alcuni aspetti psicologici. In primo luogo, la prevalenza dell'emozione sulla razionalità. La logica della guerra prevede infatti l'adozione dello schema amico-
Quando usiamo troppo la proiezione otteniamo un effetto paradossale. Invece di sentirci sollevati dall'avere messo fuori gli aspetti cattivi, ci sentiamo minacciati od addirittura perseguitati dalla persona, dal gruppo o dal popolo che sono diventati l'incarnazione di tutti i pericoli e di tutte le nefandezze. In altre parole, temiamo di essere attaccati con una rappresaglia contro i nostri attacchi. Inoltre, ci impoveriamo affettivamente, perché dobbiamo spendere una parte considerevole delle nostre energie psichiche per mantenere nascosta la nostra parte più aggressiva, che è, però, anche quella che ci serve per "andare verso" il mondo, esplorarlo e sostenere le nostre idee e aspirazioni.
Nel corso della nostra vita si susseguono continuamente momenti in cui separiamo il buono dal cattivo, proiettando quest'ultimo nell'altro, e momenti in cui riusciamo a fare una sintesi degli aspetti contrastanti, buoni e cattivi, in noi stessi e negli altri, diventando consapevoli che, quando distruggiamo una persona o una parte del mondo, distruggiamo anche una parte di noi stessi. In questi momenti sperimentiamo il dolore per le colpe che abbiamo commesso e la fatica di operare per porvi rimedio ma, in compenso, riusciamo ad assumerci le nostre responsabilità e quindi a raggiungere una maggiore e più compiuta maturità e la soddisfazione che ne consegue.
Ai valori della forza, del coraggio di uccidere o di farsi uccidere, del rispetto suscitato per i muscoli e non per la capacità di ragionare, si possono contrapporre, in una faticosa, difficile e incessante ricerca di alternative, quelli della convivenza, del rispetto e l'interesse per le opinioni e per la cultura degli altri e per la complessità di un mondo che ciascuno di noi contribuisce a costruire o a distruggere.