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Trasferire il figlio in una scuola parificata?


Gentile prof. Masina, mio figlio Gianluca mi chiede da tempo con insistenza di trasferirlo in una scuola più facile in cui spera di recuperare i brutti voti che ha conseguito quest’anno nella quarta ginnasio del suo liceo. Ma non è solo il rendimento a far ipotizzare il cambiamento:
Gianluca ha legato con un gruppo di compagni turbolenti che disturbano in classe, arrivando a provocare e a sfidare direttamente gli insegnanti e marinano la scuola: così ha già accumulato un consistente numero di assenze. Finora ho cercato di contrastare l’idea del trasferimento perché
mi sembrava una comoda scorciatoia per non impegnarsi ma non è servito e ormai è il momento di prendere una decisione:. siamo a marzo inoltrato e i professori prevedono una bocciatura se non ci sarà un drastico cambiamento sia nel comportamento che nei risultati delle verifiche. Avrei
individuato una piccola scuola privata, di cui si parla bene, con pochi alunni e un ambiente piuttosto selezionato ma ora è il mio ragazzo ad opporsi perché non vuole perdere i suoi amati compagni. Che fare? Lei ha qualche suggerimento?Grazie.
Milena, Roma.


Gentile signora, personalmente non sono favorevole alle private perché
penso che la scuola pubblica abbia maggiori possibilità di formare i
ragazzi a conoscere e a trattare la realtà nelle sue molteplici articolazioni e
sfumature. Inoltre, l’ esperienza mi ha portato a rilevare che molti di questi
trasferimenti si rivelano infruttuosi, anche per i ragazzi che li hanno
promossi. Non sfugge agli alunni che la maggior parte di queste scuole
parificate li promuovono non in base al rendimento scolastico ma grazie
alle rette pagate dai loro genitori. Questa verità promuove effetti negativi:
gli adolescenti che non vedevano l’ora di stabilizzare un assetto
parassitario trovano in queste scuole una piena legittimazione; quelli,
invece, che cercavano interlocutori più capaci dei vecchi professori di
sostenere la loro fragile autostima e di farsi maggiormente carico di una
relazione educativa si sentono doppiamente fregati. Un mio paziente
sedicenne ha detto ai genitori con malcelato disprezzo: “Mi avete mandato
in un esamificio, una scuola per deficienti!”. Insomma, in entrambi i casi,
la motivazione allo studio diminuisce invece che aumentare.
Anche l’ambiente selezionato, che proteggerebbe lo studente dalle cattive
compagnie che, secondo molti genitori, sono responsabili della cattiva
strada intrapresa, si rivela in molti casi una bufala. E’ selezionato sì, ma
all’incontrario: queste scuole raccolgono di solito studenti che, a causa
della loro impreparazione, oppure perché sanzionati sul piano del
comportamento, non ce l’hanno fatta a seguire il percorso scolastico
ordinario. Lo studente, piuttosto che trovare esempi positivi che possano
testimoniare il piacere dello studio incontra quindi compagni che, come
lui, hanno sviluppato una profonda diffidenza nei confronti dell’impegno
scolastico e sono diventati esperti nelle tecniche di omissione, depistaggio,
resistenza passiva, trasgressione/provocazione, ecc. Per non dire poi di
quelle scuole che, pensate dai genitori come maggiormente accoglienti
rispetto alla varietà dei caratteri e dei conseguenti comportamenti
giovanili, si rivelano più intolleranti della scuola pubblica. Ho in mente un
paio di casi in cui i genitori dei ragazzi dopo le prime settimane di scuola
sono stati convocati dal preside. “La proprietà della scuola - ha detto loro -
è fortemente preoccupata che, a causa del comportamento troppo
trasgressivo tenuto da vostro figlio, i genitori degli altri non iscrivano più i
propri figli nell’istituto. Sarebbe dunque meglio ritirare il ragazzo in
questione perché non rovini il buon nome della scuola. Ambasciator non
porta pena!”. Nei casi che ho citato questa pressione del corpo scolastico
ha indotto i genitori a ritirare il ragazzo e a farlo studiare come privatista,
con un ulteriore peggioramento della sua situazione psicologica e
ambientale, perché l’illusione che la famiglia possa bastare a formare un
figlio adolescente e a contenerne le intemperanze è presto destinata ad
infrangersi. Detto ciò, poiché non conosco il caso di suo figlio, non me la
sento di sconsigliare decisamente il trasferimento. A volte cambiare può
sbloccare una situazione difficile, specie quando ragazzo/a e professori si
sono avvitati in una spirale di incomprensioni e ritorsioni reciproche. In
particolare nei licei classici romani sembra che al tradizionale lassismo
degli ultimi anni stia subentrando uno stile di insegnamento sempre più
rigido che tende a far selezione, specialmente al ginnasio, inducendo chi
ha difficoltà ad andarsene, piuttosto che aiutarlo a recuperare i cattivi
risultati. La relazione fra il ragazzo e gli altri interlocutori, insegnanti e
compagni del gruppo classe, non viene curata ma data come per scontata. I
professori dicono spesso ai genitori che il ragazzo ha buone potenzialità
ma non le applica, come se non dipendesse anche da loro trovare il modo
per motivarlo ad investire le proprie risorse nella scuola; i genitori
criticano gli insegnanti e difendono il pargolo, come se il professore non
avesse il diritto, anzi il dovere, di sottolinearne i punti deboli e le
deficienze per indurlo a crescere e ad impegnarsi. Mi pare che il
trasferimento in un’altra scuola, anche quando si rende necessario,
rappresenti il fallimento più che del singolo ragazzo di una rete educativa
che gli adulti dovrebbero continuare a tessere e a salvaguardare.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina

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