Ettore Masina, Il Vincere , San Paolo 2002
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Due adolescenti a confronto. Uno fascista, l'altro partigiano nella Resistenza. Un libro storico ma che aiuta a comprendere i drammi e la bellezza dell'adolescenza. Si presta ad essere letto, in particolare, dalle classi delle scuole superiori per farne argomento di discussione.
Riportiamo la presentazione in terza di copertina.
La Cassina di Pomm, la “Cascina delle mele”, è un microcosmo di miseri alloggi oltre l'estrema periferia di Milano, dove città e campagna si confondono. Qui, alla fine degli anni Trenta, un nucleo di famiglie a maggioranza operaia conduce una vita aspra ma dignitosa, scandita dai ritmi del lavoro, del riposo, degli affetti e della reciproca solidarietà. Poi la tempesta del secondo conflitto mondiale lambisce anche la Cascina, turbandone la quiete: qualche uomo viene richiamato alle armi, parte e non farà ritorno; apocalittici bombardamenti dilaniano la vicina città; serpeggiano freddo, fame, angoscia, lutto, disperazione. Dopo lo strappo dell'8 settembre 1943 l'infiammarsi di opposte passioni politiche lacera la popolazione milanese, seminando sospetto, terrore, morte. Nasce la Resistenza. Non c'è più soltanto un fronte militare: partigiani, tedeschi, repubblichini combattono anche nelle strade. Dilagano i rastrellamenti, le fucilazioni, le rappresaglie. Imperversa la caccia agli ebrei.
In mezzo a queste sanguinose convulsioni, che inesorabilmente si ripercuotono sulla comunità della Cascina, prende corpo la vicenda di Umberto Radaelli, detto “il Vincere”, orfano di guerra: un ragazzo che, divorato da una filiale ammirazione per il Duce, si arruola nella Squadra “Ettore Muti”, la prima forza armata della Repubblica di Salò. Il Vincere diventa così, sempre più, il dramma di Umberto, la storia della sua discesa agli inferi, scandagliata con vertiginosa profondità psicologica. Al tempo stesso, questo palpitante romanzo, ricco di fermenti morali e civili, mantiene ovunque un respiro corale. Ad alimentarlo concorrono numerosi personaggi, alcuni memorabili: uomini e donne, giovani e anziani, che spesso non rinunciano – nemmeno nelle ore più tenebrose della liberazione – a combattere il male con il bene, l'ingiustizia con l'abnegazione, l'odio con l'amore. |
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Franco Giori, Il guerriero triste. Tra crisi e crescita , Edizioni "La meridiana", 2004
Recensione di Emilio Masina |
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Tempo fa un'amica, madre di una ragazza di quindici anni in crisi e alla ricerca di un bravo psicologo mi ha confidato una sua preoccupazione: "E se poi quello pretende di curarla?". Mi sono ricordato di questo episodio leggendo il libro di Franco Giori che giunge a confortare quanti fra genitori, educatori e psicoterapeuti vedono i problemi degli adolescenti come difficoltà nell'affrontare i complessi compiti di sviluppo caratteristici di quell'età piuttosto che come disturbi psicopatologici da "curare". Già il titolo del libro dimostra la capacità dell'autore di "vedere" ed identificarsi con gli adolescenti attuali. Spinti dalla pressione sociale verso una visibilità nella realizzazione personale, i giovani di oggi vorrebbero essere intrepidi guerrieri, alla ricerca di mezzi potenti e di simboli tribali, come i tatuaggi, per darsi un'identità, comunicare, competere e affermarsi nel mondo. Ma, al tempo stesso, sono ostacolati dalla tristezza di dover abbandonare la gabbia dorata della propria infanzia. E la tristezza, come la vergogna, è un sentimento insidioso, spesso muto e, dunque, difficilmente afferrabile dagli interlocutori ma capace di frustrare massimamente idee ed ideali, spegnendo la gioia di vivere.
Il sottotitolo del libro, "Tra crisi e crescita" sembra invece alludere ad uno spazio intermedio, uno spazio potenziale fra l'apertura della crisi e la sua soluzione, in cui l'adolescente ha l'occasione di lavorare mentalmente sulle sue difficoltà; soprattutto se è sostenuto da un adulto che ne valorizzi la ricerca di nuove opportunità per fronteggiare il dolore piuttosto che essere spaventato dalle problematiche, a volte anche molto complesse, del giovane che gli si affida.
Il guerriero triste è un libro atipico che si colloca fra la narrativa e il saggio specialistico. Della narrativa su temi o casi psicologici, così spesso noiosa, banale o, invece, segnata dai tratti voyeuristici ed esibizionistici di autori che incontrano il paziente, quando lo incontrano, solo per "cannibalizzarlo" e descriverlo nel prossimo libro, il lavoro di Giori non ha niente. Né il suo è un testo di psicologia o di pedagogia. L'autore, tuttavia, anche quando si lascia andare alla narrazione creativa scrive su qualcosa che conosce profondamente, avendo esercitato per tanti anni il mestiere di psicoterapeuta di adolescenti e dei loro genitori. E, dunque, i sei racconti brevi - tre dedicati alle difficoltà dei genitori di adolescenti e gli altri tre a quelle dei ragazzi - sono chiaramente sottesi da una griglia nascosta che ordina le diverse problematiche del funzionamento mentale dell'adolescente secondo la ricerca psicoanalitica; così come quelle dei genitori, che navigano, spesso a vista, fra la crisi della mezza età e gli stimoli, esagerati ma vivificanti, forniti dai loro figli.
Via via che con interesse e godimento si scorrono gli episodi veniamo confrontati con un gran numero di temi interessanti. Ne cito solo alcuni: la tendenza degli adolescenti ad agire piuttosto che a pensare le proprie emozioni e quindi a mettersi a rischio; argomento, quest'ultimo, su cui Giori ha scritto il suo primo efficacissimo libro. E poi la paura dell'adolescente di dipendere, di essere manipolato dagli adulti, incluso lo psicologo; l'illusione di fare e di curarsi da solo ma anche il bisogno di adulti competenti che aiutino a rilanciare la speranza in se stesso e negli altri. E ancora, l'importanza assunta dal gruppo "parentale" dei pari; la confusione dei genitori fra identificazione con l'adolescente e tentativi di rendersi utili, invidia della sua giovinezza e nostalgia della propria, fuga dalla fatica e dalla responsabilità genitoriale.
I sei racconti sono tutti interessanti ma personalmente sono stato colpito soprattutto da quello intitolato "La spiaggetta", in cui l'autore racconta lo sconvolgimento provocato in un gruppo di famiglie amiche che stanno trascorrendo le vacanze sulla stessa isola del Mediterraneo (la Grecia, le Eolie?). Ci sono, oltre ai genitori, bambini e ragazzi di età diverse, ciascuno impegnato con soddisfazione nel proprio gruppo di riferimento, fino al giorno in cui i ragazzi decidono di trascorrere la notte sulla spiaggia. Si assiste allora ad un gustoso movimento psicologico di alleanze, conflitti e riconciliazioni che aiuta a cogliere bene il versante per così dire contestuale dell'adolescenza, quello che fa dire a qualcuno, provocatoriamente, che l'adolescenza non esiste ma rappresenta soprattutto un problema di rapporto fra diverse generazioni.
Tutte le storie, comunque, sono lasciate un po' in sospeso per esplicita scelta dell'autore "un pò perché il nostro aiuto alle persone è limitato e non si sa bene cosa succederà dopo" ma anche "per lasciare maggiore spazio ai pensieri e alle fantasie dei lettori, con domande esplicite della serie "cosa potrebbe succedere o come potrebbero andare le cose nel caso che..." (pag.139).
I racconti, come evidenzia Pietropolli Charmet, che di Giori è collega ed amico, sono molto utili anche per una lettura e discussione collettiva nei piccoli gruppi: gruppi di autoaiuto o gruppi formativi di sostegno al ruolo genitoriale o docente. Anche a me pare che il libro presenti un versante naturalmente interattivo perché, insieme alla presentazione di problematiche comuni ancorché di difficile soluzione, riesce ad evocare ricordi ed emozioni che avevamo dimenticato. Il lettore, in altre parole, insieme alle adolescenze presentate rivive la propria e può dunque rivolgersi al mondo degli adolescenti con una comprensione più viva e profonda |
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FILM
Recensione del film “Amabili resti” (The Lovely Bones)
Emilio Masina |
Il film drammatico, bello e terribile, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Alice Sebold (edizioni e/o), può essere letto come una grandiosa allegoria di tutti gli stati cosiddetti limite; dimensioni intermedie e di transito fra la normalità psichica e la patologia, fra il sogno e la veglia, fra l’infanzia, l’adolescenza e l’adultità. Dimensioni di cui facciamo esperienza con la coda dell’occhio e della mente, perché sono transeunti e incostanti, difficilmente afferrabili nel loro continuo mutamento. Aree che sfuggono all’inquadramento del pensiero logico dividente e si aprono, invece, al pensiero simmetrico e omogeneizzante, caratteristico del modo di essere inconscio della mente. E’ questo un film, che, al tempo stesso, rientra nella tipologia del thriller e se ne discosta, per assumere le caratteristiche visionarie e perturbanti di un horror: che seduce con la bellezza della fotografia e la bravura degli attori ma mette in contatto con zone profonde dell’ essere, solitamente poco esplorate e frequentate. Insomma, è un film che fa commuovere, rabbrividire di paura e di rabbia, e persino sperimentare sentimenti di tenerezza, affetto, sollievo e consolazione. Non solo e non tanto per la trama che propone, una giovane ragazza violentata e uccisa da un assassino seriale che, in una zona di confine fra la terra e il cielo, continuerà ad assistere agli avvenimenti che seguono la propria morte; ma, piuttosto, per la capacità di evocare e costruire nella relazione con lo spettatore un clima affettivo-emotivo di incertezza, di continuo passaggio fra registri diversi, in cui sensazioni epidermiche, emozioni, fantasie e ragionamenti si susseguono, si scontrano e si sovrappongono fra loro. Lo spettatore piange, si dispera, si rianima, godendo per i paesaggi meravigliosi proposti da Peter Jackson, il regista del Signore degli anelli e, nello stesso tempo, pensa alla complessità della relazione con i propri figli, genitori e fratelli, alla propria morte e ad un ipotetico aldilà, alla vita dei propri cari senza di lui, al destino, all’esistenza o alla non esistenza di Dio; cioè ad una serie di questioni, conosciute ma non abbastanza pensate, che il film sollecita ad appronfondire e a metabolizzare perché rappresentano ingredienti inquietanti ma vitali che la vita sempre ti propone.
Lo stato limite più importante rappresentato dal film è quello fra l’infanzia e l’adolescenza. La famiglia piccolo-borghese, che sarà attaccata dall’orco, vicino di casa, ci viene presentata, già nelle prime sequenze, con il tocco leggero e allusivo del regista, nelle sue principali caratteristiche: una coppia di genitori, ancora giovani ma ormai immersi in un logoro tran tran; tre figli, fra loro poco in comunicazione e, soprattutto, un legame fra il padre e la figlia maggiore tenero e affettuoso ma ormai troppo soffocante per le esigenze di crescita della ragazza. Susie, la quattordicenne interpretata magnificamente da Saoirse Ronan, immagina di essere come il pinguino nella cupola di vetro con la neve artificiale che fa da soprammobile in salotto: immersa in un ambiente ristretto e controllato, come se fosse ancora un bambino costretto a vedere la vita attraverso un cristallo infrangibile. Ma il padre intercetta il suo sguardo sconsolato e cerca di rassicurarla: il pinguino non sta male, anzi: egli vive in un mondo perfetto, dove regna la quiete e l’armonia. Un’altra metafora della prigionia di Susie è quella dei velieri in bottiglia costruiti, come hobby, dal padre. Il veliero appena completato invece che issare le vele per affrontare il mare aperto e periglioso, viene intrappolato per sempre da un uomo troppo fragile e bisognoso per lasciarlo salpare.
Nessuno si accorge dei bisogni della ragazza di essere accompagnata verso l’adolescenza se non due figure inaffidabili: la nonna materna, superficiale e alcolista, e il maniaco, eccitato dalla esuberanza di Susie e dal desiderio di lei di cogliere aspetti nuovi del mondo attraverso la sua macchina fotografica. La fine tragica di Susie testimonia l’impossibilità di portare a termine i compiti evolutivi che la vita le propone di affrontare: fare il lutto della bambina meravigliosa che è stata, separarsi dalla nicchia primaria e trovare un ragazzo, un oggetto d’amore non incestuoso. All’appuntamento con il compagno di scuola sotto il gazebo, si sostituirà, purtroppo, quello con l’assassino: una sorta di doppio del padre di Susie, che trasformerà la tenera possessività e la protettività di lui in una intrusività bestiale e distruttiva, che porta all’annientamento dell’altro. La proposta del maniaco a Susie di precederlo per inaugurare la taverna sotterranea, scavata nel campo per intrappolarla è formulata in modo da intercettare il bisogno di Susie di non tornare a casa dalla scuola ma di esplorare nuovi mondi e opportunità: l’uomo si propone come compagno adulto che la guiderà in un eccitante percorso di iniziazione all’adolescenza, inaugurare lo spazio per un club dove i ragazzi del quartiere possano ritrovarsi insieme, fuori dal controllo delle famiglie; ma quando la botola si chiude sulla sua testa Susie si accorgerà, con angoscia, che le bambole e i giochi che arredano il luogo sono quelli della sua infanzia e che il suo liberatore è, al contrario, un terribile aguzzino che, come un padre autoritario, comincia a vietarle ogni movimento perché “deve comportarsi bene ed essere educata”.
Nemmeno la morte libererà Susie dal suo stato acerbo e impotente: la ragazza rimane intrappolata in una zona di confine, un mondo che non è regolato dalle leggi del tempo e dello spazio, e che è popolato dai resti dei suoi legami infantili - i giganteschi galeoni in bottiglia che si sfrangono contro gli scogli della spiaggia - e dalle fantasie sui legami adolescenziali che non potranno mai inverarsi, come quella sul gazebo dove il ragazzo è andato ad aspettarla, che Susie non riesce a raggiungere perché è circondato da un’infida palude e, infine, si sgretola e sprofonda in un buco nero. Susie non può accettare di raggiungere le altre ragazze uccise dal maniaco in Paradiso perché è invasa da un’ acuta nostalgia per il legame affettuoso con il padre che non può in alcun modo tollerare la sua scomparsa, dalla rabbia nei confronti del suo assassino ma soprattutto dall’avida curiosità per ciò che avrebbe potuto realizzarsi e che, invece, è stato impedito. E può vivere il primo bacio con un ragazzo, la crescita di una relazione sentimentale che porta alla gravidanza e alla maternità, solo immedesimandosi con una ragazza sensitiva e poi con la propria sorella che, infine, la vendicherà, costringendo l’assassino alla fuga, incontro alla morte.
Quando si riesce a superare lo shock emotivo che è stato suscitato, evocando e scompigliando le emozioni più profonde, si scopre un film intenso, intelligente e sensibile, che offre molteplici possibilità per identificarsi e riflettere sull’umano destino. |
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Come due coccodrilli di G. Campiotti, 1995.
Recensione di F. Cordeschi, C. Sarno, F. Ranieri
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Gabriele è un italiano quarantenne che vive da solo in un elegante ma freddo appartamento della capitale francese e lavora come esperto di un'importante casa d'aste. Ha una relazione con una collega, nella quale non si lascia coinvolgere a pieno. Dietro ad una vita accuratamente programmata vi è un passato ripudiato e doloroso che si affaccia solo nei sogni. Gabriele, nato da una relazione extraconiugale di un ricco imprenditore di Varenna, inizia la sua vita nel registro dell'illeggittimità, subisce inoltre il trauma della morte della madre avvenuta durante il parto del fratellino minore. L'inaspettata perdita della madre e l'altrettanto immediata e forzosa “annessione” alla famiglia paterna, dove vi erano i due figli legittimi dell'imprenditore, producono infatti gravi conseguenze per la crescita di Gabriele e per quella dei fratelli. I problemi dell'infanzia si acutizzano drammaticamente in Gabriele quando in adolescenza è incapace di sostenere l'intensità dei conflitti. La crescita psicologica di Gabriele si arresta di fronte ai compiti evolutivi emozionali di questa fase. La fuga in Francia all'età di venti anni sembra metterlo al riparo. La raffinata facciata intellettuale di Gabriele è la cristallizzazione di tale situazione che lo tiene lontano dalle risorse di cui ha bisogno e diritto e alle quali ancora non crede poter accedere legittimamente. A modificare tale scenario è determinante l'inaspettato”incontro” di Gabriele con l'immagine in un catalogo di un antico vaso posto all'asta a Varenna, in Italia, nei luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza. Gabriele riconosce il vaso di famiglia e si configura nella sua mente l'idea di una possibile vendetta nei confronti dei fratelli rivali dell'adolescenza. L'idea della vendetta sembra improvvisamente indicare una strada dove potere canalizzare la rabbia inespressa e la sua disperazione. Gabriele si accorge di non essere un esiliato e che, attraverso una sofisticata truffa, potrebbe dissimulare l'autenticità del vaso di famiglia, negandone il valore e ponendo in una condizione di illegalità i fratelli.
Gabriele, con la repentinità che contraddistingue i momenti salienti della sua vita intraprende il “progetto” della vendetta che lo porterà a navigare tra il rischio di distruggere completamente le risorse economiche della famiglia e le sue risorse interiori e la possibilità di ritrovare aspetti di sé misconosciuti.
Vi proponiamo questo film perché, a nostro avviso, segnala efficacemente e brillantemente la centralità e l'intensità del periodo dell'adolescenza. La funzione di “ponte” tra l'infanzia e l'età adulta di tale momento prevede una riorganizzazione della personalità. Le potenzialità nuove necessitano di una fluidificazione delle difficoltà infantili ed una fortificazione delle basi emotive per procedere positivamente. Il protagonista del film subisce gli esiti di un incompiuto processo di crescita in adolescenza e solo nel ritorno ai luoghi dell'infanzia si riaprono per lui le porte che sembravano sbarrate.
Non riuscire a sostenere la riorganizzazione adolescenziale, come accade a Gabriele, rimanda ad un momento ulteriore dove, se ciò può ancora avvenire, la posta in gioco è comunque più alta e più alti sono i rischi. |
Thirteen-13 anni |
Tratto dal racconto di Nikki Reed e diretto da Catherine Hardwicke è un film discusso, un pugno allo stomaco. E' la storia di due ragazze tredicenni e della loro amicizia. Tracy, timida e slavata, studentessa modello, figlia di una donna separata e distratta, sceglie di abbandonare il mondo delle bambole per seguire Evie, più disinibita e ancora più sola affettivamente ma pronta a correre tutti i rischi pur di crescere, dal piercing alla droga. Le due diventano inseparabili fino all'epilogo, amaro. E' un film che si presta ad essere visto insieme da genitori e figli, per discutere poi dei molti spunti offerti dal regista. |
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Tre riflessioni in chiave psicoanalitica su fenomeni e problemi che hanno colpito l'attenzione della pubblica opinione
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ARTICOLI |
| dal Manifesto del 8 ottobre 2005 |
Un convengno sui totalitarismi postmoderni che guarda da una prospettiva psicoanalitica alle forme inedite assunte dal disagio della civiltà. Le nostre forme di vita ci impongono di ripensare la lezione freudiana, che esigeva la rinuncia al soddisfacimento delle pulsioni come prezzo per l'entrata nella civiltà. Oggi, invece, l'imperativo sociale è la spinta al godimento. E la sua contropartita è l'eclissi del desiderio. Perché esso nasce come slancio generato da una mancanza: quella che il «discorso del capitalista» - come lo chiamava Lacan - pretende di eliminare LEGGI L'ARTICOLO |
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